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`Honey Ant Dreaming´ (LP, 180gr. clear vinyl), 2016, Alt.Vinyl

La progressione qualitativa dei Luminance Ratio è qualcosa di inaspettato quanto spettacolare.
Di inaspettato, almeno per chi scrive, perché il pur discreto “Like Little Garrisons Besieged” del 2009 pareva aver detto tutto quello che c’era da dire suil Luminance Ratio sound, lasciando intendere che non si potesse andare oltre un’ambient elettroacustica se non generica quantomeno non così originale rispetto a ciò che si sentiva in giro in quel periodo.
Così, “Reverie” del 2013 arrivava come un fulmine a ciel sereno. “Reverie” era un disco prezioso perché sapeva offrire una musica “narrativa” senza rinunciare alla ricerca sul suono. Una ricerca che si sostanziava nella cura del particolare come nella sintesi di generi – quali l’elettroacustica, il noise, il post-rock e i microsuoni- che sembravano aver poco altro da dire in termini di evoluzione sonora.
E questo “Honey Ant Dreaming”?
Iniziamo col dire che “Honey Ant Dreaming” è un disco bellissimo, se possibile ancor più bello del già ottimo “Reverie”. Qui Gianmaria Aprile (chitarre, effetti, vibrafono) Andrea Ics Ferraris (laptop, effetti, percussioni, voce), Luca Mauri (chitarre, effetti, percussioni) e Luca Sigurtà (synth, loop e chincaglierie elettroniche) irrobustiscono il suono giocando sulle distorsioni, le stratificazioni di rumore e le frequenze. A venirne fuori sono sei composizioni che si muovono tra psichedelia, drone music e post-industrial, sei composizioni che sanno essere sognanti, percussive e psicotiche allo stesso tempo, finendo per suonare iniziatiche e suggestive, soprattutto nei frangenti maggiormente meditativi.
Non a caso l’album è ispirato a Honey Ant Dreaming, un murale aborigeno di grande potenza evocativa. A saltare all’orecchio sono, altresì, venature noise-gaze che sposandosi con elettroniche drogate e battiti industriali rendono questo disco quasi una versione avant di “IIIrd Gatekeeper” degli Skullflower o di (perché no) “Loveless” dei My Bloody Valentine. Inoltre, la title track -un coacervo di droni e clangori metallici che sfigurano una morfinica chitarra blues- potrebbe aprire ai Luminance Ratio strade inesplorate per un recupero creativo della tradizione.
Un suggerimento prima di chiudere: comprate il vinile. Ascoltare un album del genere, giocato sulla cura del particolare e sulle cariazioni di frequenza, tramite file compressi non ve ne farebbe cogliere la ricchezza e la varietà. (8)
Blow Up – Antonio Ciarletta

Third LP release for Luminance Ratio, which confirms the line-up of 2013 Reverie, that is, four sound-Artists Gianmaria Aprile (guitars, effects, vibraphone, syncussion, also remarkable in the Italian indie niche for his gallant Fratto9 Under The Sky records), Andrea Ics Ferraris (laptop, vocals, effects, percussions – check his almost endless discography), Luca Mauri (guitars, effects, percussions) and Luca Sigurtà (synth, loops, electronic junk).
The keyword and dogma for this Honey Ant Dreaming is being immersive, for music, as action, and listener, as reaction. Call it psychedelic is not enough. Immersive is the new psychedelic.
Put your headphones on, go out, and play Splinters of Rain – it’ll drag you straight into a psychic state of outer consciousness. Do it with Great White’s All Around lying in bed at night, and experience the growing of a druggy nightmare. Tribally percussive on Blood Vessels and Passage D’Enfer, – beautifully chaotic and emotional the first, fiercely buzzing and industrial the latter. I Am He And She Is She But You Are The Only You turns the back of a holy light tarot, and you head starts falling backward, slowly, in an ecstatic calm state: someone should totally make Ayurvedic massages along with these tunes.
Press-kit says this release is inspired by the strength of the Honey Ant Mural painted in 1971 by Papunya’s aborigines, and – thank you Wiki – this introduces me to the fascination of Honeypot ants, – “specialized workers that are gorged with food by workers to the point that their abdomens swell enormously” [..] this made them “edible and form an occasional part of the diet of various Indigenous Australians. These people scrape the surface to locate the ants’ vertical tunnels, and then dig as much as two metres deep to find the honeypots.” [see also Aboriginal Dreamtime]. That amazing.
Last but not least – message alert for collectors – the layout is a beautiful art edition with heavy hand screened sleeve and 180 gr. translucent vinyl, limited print of 300. My respect.
Komakino – Paolo Miceli

Ritorno importante e particolarmente ispirato per i Luminance Ratio. Stavolta i quattro riescono a farsi pubblicare dall’inglese alt.vinyl, che giusto poco tempo fa ha dato alle stampe la collaborazione tra Maurizio Abate e Alberto Boccardi. Honey Ant Dreaming prende corpo già a un primo distratto ascolto, cattura da subito l’attenzione insomma: la sostanza c’è tutta, si appiccica subito al cervello e non ti lascia più. A suo modo è certamente il consueto, determinato operare sul proprio materiale di partenza, che lascia pensare a un’efficace sintesi tra shoegaze, drone rock e psichedelia, quest’ultima facile da immaginare come ispessita, quasi tangibile. Ai Luminance piace solo all’apparenza far navigare le loro “composizioni” in chissà quali mondi distopici e distanti nel tempo, a loro interessa principalmente lavorare su qualcosa di grezzo, rendendolo solo in superficie più malleabile/ascoltabile, intanto ci si è “persi”. Altra caratteristica, la cura del suono: sempre molto vezzeggiato, allo stesso tempo lasciato libero di fluire nello spazio dell’ascolto, seppure in modalità sinistra, succede in “Splinters Of Rain”. A volte si ha la sensazione di stare ad ascoltare un Caretaker che passa alla carta vetrata le sue suite, giusto per vedere/sentire la consunzione delle note (“I Am HE And She Is SHE But You Are The Only You”); in altri momenti fa impressione realizzare che ci si sta imbattendo in una sorta di rock del dopo-bomba (“Great White’s All Around”) o dai toni robotici, come in “Passage D’Enfer”, che apre il secondo lato di questo vinile ovviamente abbinato a un artwork rimarchevole, frutto dell’interessante sinergia artistico-grafica tra Gianmaria Aprile, il tandem Simone Grillo/Simone Fratti e Sam Grant. Gran bel disco.
The New Noise – Maurizio Inchingoli

Come detto più volte [anche in questo numero] ci sono dischi che sai già che non ti deluderanno nel momento in cui li guardi, per stabilire un primo contatto, con un misto di curiosità, fascino e rispetto, li prendi in mano, soppesandoli, li apri, li annusi e inizi a pensare a che cosa ti aspetta da lì a poco una volta che li avrai messi sul piatto. Prendi la puntina, la collochi sul primo solco e il resto viene da solo. Come avevi previsto. Meglio di come avevi previsto. Tutto questo è successo anche con il terzo stupendo album dei Luminance Ratio, uscito da pochissimo per Alt.Vynil records in una scintillante versione in 12″ trasparente. Il tutto [già di per sè di pregio] è ulteriormente impreziosito da un artwork curatissimo costituito da una splendida edizione xilografata ipirata all’omonimo murale degli aborigeni Pintupi di Papunya nel 1971 [da molti individuato come il punto di massima espressione dell’arte aborigena]. Se a tutto questo aggiungiamo che il titolo ed il riferimento agli aborigeni fanno subito tornare alla mente il Werner Herzog di “Dove sognano le formiche verdi” il gioco è fatto e potremmo fermarci qui senza aggiungere altro. Tutto bello, tutto meraviglioso, tutto sin troppo facile. Proviamo invece ad andare oltre e a raccontare le nostre sensazioni durante l’ascolto del disco. Dopo “Like Little Garrisons Besieged” [2009] e “Reverie” [2013] ed i tre split 7”, questo “Honey ant Dreaming” [terzo full lenght vero e proprio quindi] rappresenta il vero turning point per il gruppo. Il sound visionario che si propaga nello spazio sin dai primi solchi crea una dimesione onirica e rarefatta in cui si muovono le frequenze sonore cangianti che caratterizzano l’album portandoci a contatto con soluzioni che solo in apparenza possono sembrare contrastanti e difformi. È qui che si fondono alternandosi drone e psichedelia, noise e tribalismi etnicheggianti, improvvisazione e minimalismo. Non ha senso cercare di seguire una linea logica che si rifaccia a schemi collaudati cari al nostro sistema nervoso. I brani hanno una vita propria che elude ogni tentativo di incanalarli in un filone ben preciso. Cercare di opporsi al fluire della coscienza che si libera dei suoi freni è impossibile, anzi alungo andare si rimane talmente inglobati dal disco e dalle sue dinamiche che si avverte una sorta di sostanziale perdita di contatto con la realtà. Come se si stesse perdendo la consapevolezza dell’ascolto. Il tutto mentre tempo e spazio si dilatano come in una sindrome di Stendhal applicata alla musica. Un disco allucinato che finirà per allucinare chiunque vi si accosti. Frutto di una sinergia di menti che hanno in comune la libertà. Elemento tanto ricercato quanto raro nella musica contemporanea. Tra disfoniche e claustrofobiche alterazioni percezionali si arriva alla fine con la sensazione di aver assistito ad un rituale iniziatico che ci ha visti come vittime sacrificali. Un disco evocativo che vi farà [molto] male.
Tritacarne – Marco Valenti

È una crescita continua quella che ha potuto constatare chi segue i Luminance Ratio su disco e, soprattutto, chi ha avuto modo di vederli suonare live negli ultimi due o tre anni. Un suono che sin dai primi vagiti – Like Little Garrisons Besieged, prova embrionica e non con l’attuale formazione a quattro (all’epoca Eugenio Maggi aka Cría Cuervos si accompagnava ai fondatori Andrea ics Ferraris e Gianmaria Aprile, da quel momento supportati da Luca Mauri e Luca Sigurtà) – si mostrava potenzialmente in divenire, musica in grado di spostarsi e fluttuare verso paesaggi sonori sempre cangianti e iridescenti, onirici e sfumati, come ribadiva l’ottimo Reverie. Ora la pubblicazione di Honey Ant Dreaming sposta ancor più avanti i paletti di quel suono, o meglio di una concezione sonora che è al contempo onirica e impalpabile, così come muscolare e ritmica, ondivaga e penetrante.
Pubblicato dall’inglese Alt.Vinyl in vinile trasparente incastonato in una splendida edizione xilografata e ispirato all’omonimo murale dipinto dagli aborigeni Pintupi di Papunya nel 1971 (considerato il turning point dell’arte aborigena), Honey Ant Dreaming è il disco più compiutamente ritualistico dei Luminance Ratio. Un vero e proprio viaggio iniziatico in sei tappe che si snoda sinuoso come un serpente e ottundente come un daydreaming nel deserto australe (la lunga, estenuante lotta con se stessi avvolti in una densa e ipnotica caligine di Great White’s All Around), lungo lo scheletro etno-psichedelico di un insolito beat dritto (la title track) o di un drone estatico e iridescente (I Am HE And She Is SHE But You Are The Only YOU), non dimentico di sferzate noise (quelle che tagliano a metà una sognante e cupamente romantica Splinters Of Rain) e recrudescenze quasi industrial (il tribalismo di Passage D’Enfer fa risalire alla mente tutto il versante percussivo dell’industrial primigenio, da EN e Test Dept in giù; poi c’è il beat che “scandisce” l’incubo alieno di Blood Vessels prima di farsi esplosione liberatoria).
Perdersi dentro simili suggestioni è facile, dunque, e pure quando sembra di intravedere la “visione” che i quattro stanno avendo e mettendo in atto, chini sulla propria strumentazione e avvolti in una penombra fumosa, la si percepisce sfuggente e volatile, continuamente in divenire e mai fissa in una sua forma definita; esattamente come avviene fissando le opere puntiniste degli aborigeni – ora il dettaglio, ora l’insieme complessivo – ma sempre con la sensazione di assistere a qualcosa di più grande, atavico e profondo.
SentireAscoltare – Stefano Pifferi

Abituati alla ricerca sulla grana del suono, e pronti alla discontinuità della musica elttroacustica, basata per lo più su strappi e intuizioni improvvisative, non ci si può non stupire del corso nuovo dei Luminance Ratio, una delle più quotate band italiane avant/exp. Il fulcro di Honey Ant Dreaming (titolo herzoghiano, ispirato alle pitture murali degli aborigeni Papunya) risiede tutto nella compattezza di un suono il cui centro di massa è un denso flusso di chitarre sognanti un sogno lucido e manipolabile. C’è qualcosa di liturgico, di pre-religioso, nelle sei intense tracce dove per la prima volta il gruppo utilizza (con giudizio) un’idea di pulsazione regolare. La mente va alle cose ispirate di Hecker, Mathieu, Fennesz, ma l’impatto è anche più diretto, conflittuale. Spiazzante.
Rumore – Andrea Prevignano

Non c’è due senza tre sarebbe il caso di dire per Luminance Ratio, fantastico combo capitanato da Gianmaria Aprile (a tenergli buona compagnia Andrea Ics Ferraris al laptop e percussioni, Luca Mauri chitarre e percussioni, Luca Sigurtà synth ed elettronica). Dopo i due validi “Like Little Garrisons Besieged” (2009) e “Reverie” (2013) e dopi i tre split 7” in affiancamento a nomi autorevoli della scena elettroacustica (rispettivamente: Steve Roden, Oren Ambarchi e Yannis Kyriakides), “Honey ant Dreaming” è il terzo lavoro sulla lunga distanza. Sei brani di una potenza evocativa ammaliante e ottenebrante. La grande capacità del quartetto sembra proprio quella di reinventarsi, di compiere evoluzioni sonore e ricerche continue e mai dome, riuscendo sempre ad imporre un modo di procedere originale, ispirato ma anche capillare, congeniato e soppesato nei minimi dettagli.
Si muovono su territori difficilmente catalogabili, traendo ispirazioni sicuramente da alcune nobili lezioni di post psichedelia e post rock, soffermandosi su atmosfere languide e cristallizzate tipiche dell’ambient o oscure e primitive della world music. C’è una narrativa che ci racconta situazioni differenti seppure tenute unite da un sottile filo comune; fatto di un climax ambivalente che spazia tra tribalismi esotici, umbratile malinconia e una vena melodica eterea, allucinata, trasognata.
L’omonima Honey ant Dreaming è giocata sui riverberi e sulle dilatazioni del giquin e sull’incalzare ritmato e sincopato delle percussioni, molto suggestivi sono anche i cori che diffondono e amplificano i giochi strumentali. E se a prevalere sembrava essere un situazionismo ambient si entra decisamente in un altro scenario suggestivo, più articolato e sofisticato, con I am HE and she is SHE but yuo are the only YOU. Una serie di droni densi e stratificati che montano un’atmosfera esoterica e sacrale che in parte ci riporta all’onirismo misticheggiante di Reverie. Di grande impatto le sfumature timbriche e i rivoli scintillanti portati dai tocchi tremuli degli strumenti (il sitar, le chitarre e il guquin).
E se Splinters of Rain chiude il lato dell’indefinito più intimistico e psicologico, con le sue cupe distorsioni elettroacustiche che sembrano voler assalire il flebile mantra modale in sottofondo,  il lato B sembra essere fortemente tattile e corporeo. Passage d’Enfer omaggia le asperità della terra, i rituali propiziatori, i baccanali primitivi, l’energia pulsante della vita e la forza irrefrenabile degli elementi. Great White’s All Around procede incalzante e tortuosa trascinandoci in anfratti inospitali, torridi e claustrofobici di visioni psichedeliche alterate. Gli stati allucinogeni proseguono muovendo ombre come contorsioni plastiche che ghermiscono e sovrastano, e torpori ansiogeni che freddano e repentinamente scuotono, ridestano. Blood Vessels è magnetica e avvolgente, una propulsione sulfurea, psicotropa che si irradia come pneuma di magnificente, insidiosa, incantevole bellezza. Ed è il terzo capolavoro.
Distorsioni – Romina Baldoni

Put in playback Nosferatu of Werner Herzog and then put silent the movie and play this masterpiece of a massive esoteric impact. The Luminance Ratio have the immense weight of Ammon Dull, Ash-Ra Temple and the psychedelic inpiration of Kraut Rock. Their music is in resonance with atavistic sounds and guitar researches not to mention electronic sounds in the wake of OTO vibes. This LP is a ultimate trip into an unknown we missed very much in these years, it is a tool to get out from this planet. Every tracks and performance is a fresh wind into a mysterious desert in which to listen the Al-Azif of Lovecraftian memoire. Their Strings are vibrating like the strings of quantum physics.The inspirations of the album comes from Papunya’s aborigines but the final destination is far far in space and time. Only your ears can judge and immerse in this stargate shaped like a LP called “Honey ant dreaming”.
ChainDlk – Mariano Equizzi

Accantonata (momentaneamente?) la serie di 7” split che li ha visti affiancarsi a personaggi quali Steve Roden, Oren Ambarchi e Yannis Kyriakides, i Luminance Ratio tornano con il loro terzo album, pubblicato solo in vinile in una confezione bellissima dalla prestigiosa etichetta inglese Alt.Vinyl, a definitiva testimonianza che le nostre cose più sperimentali sono conosciute ed apprezzate anche all’estero. Honey Ant Dreaming vede il quartetto trarre ispirazione dal quasi omonimo dipinto effettuato dagli aborigeni Papunya nel 1971. Forse la loro cosa migliore di sempre, è un disco visionario e potentissimo, un autentico trip oscuro e luminoso allo stesso tempo, miscuglio di drones, elettronica, rumorismo, ritmi e chitarre. Apre il viaggio la psichedelia etno ritualista di Honey Ant Dreaming; I Am HE And She Is SHE But You Are The Only YOU è un drone maestoso ed abbagliante come un fiume in piena; Splinters Of Rain è più rarefatta e circospetta, mi fa venire in mente la profondità di un foresta pluviale, la sua vita brulicante, spezzata da bruitiste distorsioni a spezzare la quiete, a dar corpo ai pericoli nascosti; Passage D’Enfer ci porta tra scansioni industrial noise, con squarci free; Great White’s All Around mette un battito sordo a tenere assieme i layers sonori, le lamine perfettamente orchestrate con dronico moto ascensionale verso la luce più pura; infine Blood Vessels proietta un’elettronica afasica e singultante nel selvaggio tripudio percussivo finale. Tra le cose migliori sentite nel genere da un bel po’ di tempo a questa parte. Ottimo!
Buscadero – Lino Brunetti

`The Seven Inch Series Vol. 1´ // `The Seven Inch Series Vol. 2´ // `The Seven Inch Series Vol. 3´

3 (tre) 7-inch in vinili di colore diverso (blu, rosso e verde).
3 (tre) split che hanno per protagonisti i quattro (4) Luminance Ratio.
2 (due) piccoli marchi coinvolti nella produzione: la Frattonove di Gianmaria Aprile (già Fratto9 Under The Sky Records) e la Kinky Gabber (credo che faccia capo a Luca Sigurtà).
1 (uno) ensemble che una volta avremmo definito come supergruppo, prima che qualcuno utilizzasse stupidamente tale termine in modo negativo e offensivo, formato da 4 (quattro) musicisti ben noti a chi segue la scena sperimentale italiana (alle spalle formazioni come I/O, Air Chamber 3, Ultraviolet Makes Me Sick, Harshcore …).
Tre (3) dischetti che interpretano al meglio quella che forse è l’unica strada possibile per il futuro della musica diffusa tramite supporto fisico (soprattutto per quanto riguarda vinili e nastrini): 1) alta qualità dei contenuti; 2) originalità delle proposte; 3) estrosità degli oggetti e; 4) diffusione in un tot di copie numerate e limitate (200). Tutto questo allo scopo di raggiungere quella doppia fascia di pubblico rappresentata sia dagli appassionati di musiche particolari sia dai collezionisti di snobistica.
Come potete osservare si tratta di musicisti che abbiamo sempre apprezzato e ai quali, pur nella nostra discontinuità, abbiamo sempre cercato di dare spazio.
È psichedelia, meditativa e finanche solare, quella dei quattro Luminance, una psichedelia in grado di trasportare all’interno di una dimensione onirica e spaziale. Una soundtrack, si potrebbe dire, per sognatori astrali, dove Reoccuring Dreams, dreamLES e Sirens rappresentano soltanto tre episodi diversi di uno stesso disegno tracciato con chitarre, nastri, elettroniche, piccoli oggetti a percussione e portatile.
Sui lati B rispondono tre artisti di grosso calibro con altrettanti brani che, in primis, si distinguono per la presenza della voce (assente nei Luminance ad esclusione di Sirens dove ci sono dei vocalizzi di Elisabetta Mazzullo). Per il resto le proposte dei tre tendono a diversificarsi. Quella di Roden è una nenia, anch’essa in modalità psichedelica ma dai caratteri più rumoristi, dettata con voce, chitarra e registrazioni d’ambiente.
Sostanzialmente suonato è invece il brano di Ambarchi, con chitarre violoncello campane e piccoli cimbali, dove i vocalizzi di Stephen Fandrich spostano il tiro in ambito minimal-mantrico.
Kyriakides è invece più prossimo al montaggio concreto, con un brano che fa riferimento alla propaganda televisiva usata dai militari greci nel periodo della loro giunta militare.
Sembrano ormai lontani i tempi in cui i musicisti italiani potevano aspirare al massimo a una collaborazione con Julio Iglesias, ed è fin troppo facile e scontato dire «ognuno ha quel che si merita».
Per quanto riguarda la reperibilità dei tre dischetti, l’ultimo è fresco d’uscita ma pure degli altri dovrebbero esserci delle copie disponibili in qualche sito internet. Non arrendetevi.
- Sands-Zine, Terzilio de Buono

“Seven Inch Series Vol.3″ w/Yannis Kyriakides- 7″

Esondiamo eccezionalmente dal territorio naturale per i vinili piccoli, cioè il nostro appuntamento mensile con Gimme Some Inches, per segnalare quello che è un disco piccolo nel formato ma dal potenziale enorme. Lo split colorato in verde acido esce nella collana gestita da Fratto9 in coabitazione con la Kinky Gabber di Luca Sigurtà e vede confrontarsi il quartetto italiano con referenti stranieri sempre d’ambito impro/elettroacoustic/experimental. Dapprima toccò al volume 1, in vinile blu, condiviso con l’americano Steve Roden, poi fu la volta del volume 2, in vinile rosso, “splittato” con l’apolide del drone Oren Ambarchi. Per questo terzo volume i Luminance Ratio (Sigurtà, Aprile, Ferraris e Mauri) chiamano a sé il greco (nato a Limassol, Cipro, ma inglese d’adozione) Yannis Kyriakides, solito sperimentare su forme d’elettronica “ambientale” elaborate partendo da input sonori tra i più diversi.
Nel lato occupato dai Luminance Ratio, troviamo Sirens, condensato in 4 minuti del mondo dei quattro: accumulo di suoni apparentemente incongruenti e discordanti che man mano emergono in forme, stavolta, estremamente melodiche e sognanti, pur rimanendo sempre evanescenti e stranianti. Risponde Kyriakides con una traccia, Junta Tv, altamente evocativa per la riproposizione in chiave intimistica di una tragedia personale e collettiva come quella del regime dei colonnelli, coincisa con le prime trasmissioni della TV greca. Voci lontane provenienti da tubi catodici ormai desueti, pulviscolo da “effetto nebbia”, brandelli di canti tradizionali, esplosioni di white noise e quant’altro, in un collage sonoro ispirato dal lavoro del video-artista Stefanos Tsivopulos.
Speriamo che questa serie continui ai livelli dei primi tre volumi e ne auspichiamo anche una ristampa collettiva in CD per un pubblico più vasto.
-SentireAscoltare, by Stefano Pifferi

“Reverie” – LP+CD (12″, coloured and black vinyl), 2013, Bocian records.

Liquido come gli sgoccioli dello Stalkeri di Tarkovskij: una lentezza solenne che dà il suono a moto atavico, prenatale, immobile ma non stagnante, quasi come in quel film i cui personaggi si muovono in mezzo a luoghi dominati dall’acqua, nel degrado del ricordo di un’epoca industriale. Reverie è l’ultimo di una serie di esperimenti post-ambient del quartetto Luminance Ratio (Gianmaria Aprile, Luca Mauri, Andrea Ferraris e Luca Sigurtà) e segue un paio di 7″ registrati assieme a Oren Ambarchi e Steve Roden. In questo caso una morbida drone-music, dai contorni psichedelici, dipinge un panorama immaginario in cui la natura torna a impossessarsi dei manufatti umani e il progresso è solamente l’ombra di una modernità che appare sempre più nel suo connotato anacronistico, quello di una civiltà allo sfascio. C’è chi il senso di questa decadenza lo esprime attraverso l’esaltazione dell’involgarimento, che -come in questo caso- lo fa attraverso la fotografia che testimonia quel lento riappropriarsi, da parte della natura, degli spazi ad essa sottratti, come una lenta marea che torna a coprire ogni cosa. Non ci sono temi (luochi) o armonie (colori), ma solamente la direzionalità di un flusso di corpuscoli motivici che scivolano tra piccole elettroniche, effetti più o meno vintage, e qualche ricordo di fraseggio acustico messo in essere dai quattro e da alcuni ospiti di formazione impro come Giancarlo Locatelli, Andrea e Luca Serrapiglio.
Un bellissimo lavoro, nel suo complesso, da segnalare come una delle cose migliori prodotte quest’anno in questo paese privo di idee e soluzioni.
-Blow-up, by Michele Coralli

E’ pieno di lirica introspettiva ma pronta alla collera, ed è folto di suoni il secondo album dei Luminance Ratio, uno dei nostri minori gruppi di area elettroacustica/postrock. Al quartetto per laptop ed electronics di Aprile/Mauri/Ferraris/Sigurtà si sono aggiunte ance (il clarinetto basso di Giancarlo Nino Locatelli e il sax di Luca Serrapiglio) nel punteggiare Reverie. L’album suona nelle sue parti più accessibili come alcuni esperimentipost-rock (su tutti Gorge-Trio) e in quelle più intransigenti come alcuni episodi pan-sperimentali di Keith Rowe o come certi massimalismi. Il lavoro é intenso, rigoroso, abbracciato spasmodicamente a strutture tonali che si sgretolano di continuo. Un’ottima seconda prova.
-Rumore, by Andrea Prevignano

Dapprima Like Little Garrison Besieged, in formula a tre, che dispiegava l’armamentario e cominciava a porre i paletti nel recinto sonoro del gruppo; poi una intensa attività live che ha rodato l’impostazione libera delle composizioni dei Luminance Ratio, allargando con l’ingresso di Sigurtà e Mauri le potenzialità e gli orizzonti sonori della formazione; infine il riconoscimento internazionale e di alta caratura, in particolare nei due split 7” condivisi, il primo con Steve Roden, e il secondo – uscito da qualche mese – con Oren Ambarchi. Luogo di confronto ad armi pari, il secondo volume della Seven Inch Series, con l’australiano che sorprendeva grazie a un droning sospeso di chitarra sommato a evocativi corrispettivi vocali – con un Curfew che diventa una sorta di rituale pagano – e i Nostri a tenere egregiamente il confronto dimostrando di aver gettato le basi per una psichedelia (tra)sognante e sfuggente a base di free-form folk e suoni sgocciolanti.
Ora i tempi sono maturi per l’album nuovo, Reverie, che è un incredibile balzo in avanti rispetto al percorso di crescita segnalato sopra. Un lavoro che tiene fede al titolo scelto, per quelle dinamiche oniriche che sembrano trainarlo ora affogate in masse di rumore, ora posizionate in quiete lande di panorami quasi statici: l’intro affidata a Before The Dawn e al suo carillon di suoni e frequenze “sfasate” rivendica sommessamente ma in maniera ferma il patto con l’ascoltatore: abbandonare ogni remora della coscienza lasciandosi guidare dal flusso sonoro, così da entrare nell’alveo di un disco che è onirico fino al midollo. Un territorio di confine tra coscienza e incoscienza a cui corrisponde una trasposizione sonora borderline che sfiora i generi sperimentali più trafficati degli ultimi decenni – il post-rock in ogni sua salsa, la psichedelia più avant, i generi di confine come ambient, noise ed elettroacustica – senza mai farsi tentare in maniera troppo netta dall’uno o dall’altro e rimanendo sospeso in un non-luogo sonoro sfumato, sfuggente ma riuscito. Specie se si considera la capacità dei quattro di sintetizzare quella sensazione di “reverie” apertamente ricercata in tutto il lavoro.
Improvvisati panorami jazz, deliqui estatici, frattali sonori avant-classical, tetra soundtrack music, elettroacustica, polverosa e notturna sono le infinite forme con cui i Luminance Ratio riescono a trasformare e far vibrare una atmosfera sospesa ed eterea. Inutile dire che Reverie è uno dei migliori tre album prodotti in Italia in questo 2013.
-SentireAscoltare, by Stefano Pifferi

Dopo un album e due split (con Steve Roden e Oren Ambarchi) i Luminance Ratio spezzano qualcosa e piazzano uno dei migliori dischi italiani del 2013, scavalcando quello degli In Zaire, potenzialmente meno longevo. Partiti come trio, ora sono un quartetto composto da Gianmaria Aprile, Luca Mauri, Andrea Ferraris e Luca Sigurtà. Due chitarre (Aprile e Mauri, ex I/O), un laptop, nastri ed effetti (Ferraris e Sigurtà): una non-band che s’inventa Reverie, un disco che galleggia in un non-luogo nel quale non esiste la forma cazone e che non ha in senso stretto a che fare con la psichedelia, il post-rock, l’ambient e il noise, l’improvvisazione, il jazz e “l’avanguardia”, ma è un mix liberissimo eppure in qualche modo coerente di una serie di input che provengono da questi generi. In Reverie, tra l’altro, appaiono anche gli altri due Airchamber (Andrea e Luca Serrapiglio, il terzo è Ferraris) ad arricchire la gamma timbrica dell’insieme con violoncello e sax.
Per inquadrare il disco occorre sentirsi “Comatose”, che è uno dei brani che più rende l’idea di quella fase indefinita che si vive tra il sonno e la veglia, quando non sai se quello che hai sognato o sognerai è vero o se quello che stai vedendo adesso te lo sei inventato tu. Lo stesso discorso vale per “Sunbeam”, con suoni d’archi estesi all’infinito, stridenti e suadenti al contempo. Accanto a tracce lisergiche come queste due ci sono anche episodi più severi come la noir “Between The Lines” o la tragica “Il Mare”, la cui prima metà è caratterizzata da quello che ritengo essere un campionamento di qualcosa di orchestrale messo in loop (da Sigurtà?) in maniera molto efficace. Nell’insieme – e visto il genere è impossibile – non ci si annoia nemmeno un minuto, semplicemente si cade dentro Reverie e non si torna facilmente in superficie.
Sembra che in Italia, quando – con un progetto forte dietro – la scena sperimentale unisce le forze, le cose funzionino bene anziché dar vita a sterili “supergruppi”. Si respira proprio aria buona.
- The New Noise, by Fabrizio Garau

“Like Little Garrisons Besieged” del 2009 era un esordio discreto, gli split con Steve Roden e Oren Ambarchi dei seguiti prestigiosi e nulla affatto interlocutori, ma in questo “Reverie” i Luminance Ratio si superano, sfornando sette pezzi che sono un sogno a occhi aperti. Gianmaria Aprile (chitarre, effetti, sitar), Luca Sigurtà (nastri, electronics), Luca Mauri (chitarre, effetti) e Andrea Ics Ferraris (laptop, basso) mettono insieme un flusso morfinico e visionario che, nell’incastro virtuoso di elementi eterogenei, perde di referenzialità al punto che pare provenire da un non-luogo sonoro dove presente e passato s’incontrano e si scontrano senza sopraffarsi.
Insomma, questa musica è davvero difficile da etichettare: nei suoi rigagnoli melodici emergono assonanze con il miglior post-rock cameristico (Rachel’s), ma le impronte dei microsuoni, del rumorismo e dell’improvvisazione sono così marcate da fare del risultato finale un oggetto non identificato – senza contare che occasionalmente si manifestavano deviazioni che fanno pensare addirittura ai Pink Floyd. In più, “Reverie” non abbocca all’amo di alcune delle semplificazioni più deleterie che ammorbano molti dischi assimilabili, e che hanno a che fare con l’affastellamento e la giustapposizione casuale di materiali diversi, senza che fra di essi vi sia alcuna interazione (basta poco a spacciare il pressapochismo per improvvisazione).
No, qui ogni evento sonoro è calibrato al millimetro ma, soprattutto, ogni nota possiede la grazia di un cigno e il calore di un sole nascente. Citare un pezzo significherebbe fare un torto allo splendore dell’insieme, e tuttavia come non commuoversi al cospetto del lento naufragare di “Sunbeam” o della luce morente di “Comatose”?
Un disco bellissimo, davvero, a conferma che in questo momento italians do it better.
-Ondarock, by Antonio Ciarletta

I Luminance Ratio hanno esordito nel 2009 con l’ottimo “Like Little Garrisons Besieged”, uscito per Boring Machines – Frattonove, che sicuramente aveva destato attenzione negli amanti del genere noise elettroacustico e della sperimentazione elettronica. Un’attenzione ben riposta che ha successivamente trovato conferma del loro talento in due eccellenti split che hanno chiamato in causa eminenze grigie da riverenza come Steve Roden e Oren Ambarchi. Con questa loro ultima perla però non sfugge, a chi li aveva ascoltati precedentemente, una maggiore eterogeneità sonora che, pur nella grande omogeneità del lavoro, fa trapelare il trascorso musicale ed esperienziale del nuovo assetto formativo. Si affiancano a Gianmaria Aprile (Frattonove) e Andrea ‘Ics’ Ferraris due nuovi componenti: Luca Mauri (vorrei ricordare il suo bellissimo, intenso “Pagetos” con Uggeri e Giannico, nda), Luca Sigurtà (doveroso anche nel suo caso accennare allo split “Setola di maiale” con Rocchetti, Guionnet  e Fhievel) esce invece Eugenio Maggi. “Reverie” si potrebbe definire come una vera e propria immersione concettuale sulla meditazione. Ci viene restituito un suono definito e cristallino che sinuosamente e con grande fluidità prova a testare e saggiare vari campi di indagine sensoriale. Una grande prova di equilibrio ed armonia che in modo assolutamente disinvolto quanto articolato, razionale quanto estemporaneo, intimistico quanto creativo, spazia in sonorità ambient, free jazz, post folk, minimal drone, psichedelia sognante e contemporanea, per riallacciarsi ad un esperimento squisitamente sonoro, di anatomia sonora, di immedesimazione e compenetrazione suono-essere. La musica diventa flusso e mezzo per entrare dentro sé ma anche per lasciare uscire da sé. Ed in questo senso l’assonanza e l’accostamento più naturale è quello meditativo contemplativo.
Appunto una fase di trasognata esplorazione che ingloba percezione reale e irreale ma che allo stesso tempo ascende e si distacca dalla percezione per arrivare ad una non-percezione o ad una percezione altra. La serie di impulsi eterei e vividi di Before the Dawn, gli intervalli apneici ed emozionali che morbidamente si posano su frequenze lievi e umbratili, così come il misticismo oppiaceo di Comatose, rifinita da insoliti tocchi di sax e cello, sembrano appagamenti intrinseci, irradiazioni che semplicemente non si vogliono far provenire o rappresentare ma sono. Sunbeam, con le sue scie acquatili di clarinetto, le tremule eco, apoteosi di unità, tranquillità, equilibrio, ritrovamento, totalità. In quest’ultima di grande suggestione la rumoristica ambient e gli intermezzi orchestrali slavati, impercettibilmente distorti. L’omonima Reverie è un affondo, un volo planare che tanto rievoca parte delle bellissime visioni cromatiche registrate dagli aquiloni del primo album. Priscilla-In Dreams ci catapulta tra atmosfere esotiche e silvestri, gli strumenti appena sfiorati in contrasto con un ticchettio di sottofondo potrebbero far pensare ad un arcano rituale di ricerca delle origini, di genuinità, di espoliazione del superfluo, di identificazione che raggiunge il culmine negli ultimi due pezzi giocati da loop che si definiscono per poi disperdersi, quasi sgretolandosi: Between the Lines e Il Mare. Meriti innegabili anche alle special guest Simone Fratti, Giancarlo Nino Locatelli, Andrea e Luca Serrapiglio. La trascendenza, la sublimazione e l’accoglimento, la lode all’unicità e all’assolutezza dell’esistere, passando dal sogno per celebrare la magnificenza dell’Io.
Semplicemente miliare.
-Distorsioni.net, by Romina Baldoni

This is nearly the end for Bocian Records, who are about to cease their activities and if you are smart or a late commer, then you should surely buy all Bocian Records before it’s too late. They will provide a very strong esthetic in sound and images, ranging from improvised to musique concrete and everything in between, I guess. But who collects everything by one label, these days. This ain’t the 80s anymore. First we have Luminance Ratio, a quartet from italy with Gianmaria Aprile (guitars, effects, kaoss pad, sitar), Luca Mauri (guitar, effects), Andrea ICS Ferraris (laptop, bass, cymbals, contact mics, effects) and Luca Sigurta (tapes, electronic junk). Some of these people have been reviewed before in Vital Weekly, with other projects. There are also a bunch of guest players on cello, sax, bass clarinet and percussion. The ‘everything in between’ bit for Bocian Records is something that perhaps fits this LP. The eight pieces of improvised music are throughout mellow, but not always soft per se. It’s guitar heavy, so any relation to post rock is never far away, I think. Each of the pieces is a slow burner: the developments take place over the course of a piece, which makes, perhaps, many pieces a bit similar in compositional, improvised process. That perhaps is a bit of a pity, but the moods created by Luminance Ratio are quite nice. It fits the part rain/part sunshine of the last few days and the music takes a similar course. A very experimental post-rock outfit, I should think, in which much more happens then just a bit of guitar tinkling.
- Vital Weekly, by Frans de Waard

 

“Seven Inch Series Vol.2″ w/Oren Ambarchi – 7″

Very nice pairing of this italian free music quartet and Australia’s most productive son. Both sides are fine quiver of unknown tongue gabble, with deep, deep pockets of sound for you to dig into. Very cool single.
- The Wire, by Byron Coley

Sophomore set in a series of splits teaming Italy’s Luminance Ratio with some of the finest names in sonic equation-setting. While dreamLES could’ve been lifted from the sessions Derek Bailey recorded for David Sylvian if he’d been bug-chumming with AMM, Ambarchi voodoos a vacuuming zebra via the death wails of the Torres Strait Islanders. Wasp rituals evolve, naturally.
- Record Collector #417, by Spencer Grad

Lo split con (un insolito) Steve Roden è stata una bella cosa. Ora i Luminance Ratio proseguono sulla strada delle uscite condivise con artisti internazionali di altissimo profilo, la stessa che Fratto9 sta facendo fare anche ad altri suoi protetti, ad esempio Sigurtà e Boccardi. Come a dire, forse: “siamo e ci considerano sullo stesso loro piano”. O magari questi split pensati così sono una versione discografica del cavallo di Troia: con la scusa che le riviste straniere parleranno del nome “grosso”, ecco che gli italiani si faranno conoscere bene anche oltre confine (del resto, una volta, gli split servivano anche a diffondere meglio il contagio delle musiche indipendenti)Dopo Steve Roden, anche Oren Ambarchi regala alla serie seven inch un brano tutto sommato inusuale se si conosce il suo vecchio repertorio, dato che c’è una voce, quella di Stephen Fandrich (già al lavoro su Audience Of One, disco pubblicato da Oren nel 2012 per la Touch e incredibilmente ricco di strumenti e soluzioni per uno famoso a causa del suo minimalismo). Curfew (inspiegabilmente: “coprifuoco”) sembra essere una specie di risposta ai Phurpa e al loro drone vocale. Piace immaginarlo, dato che Stephen O’Malley, con Ambarchi nei Gravetemple (e non solo), li ha ristampati due anni fa con la sua Ideologic Organ. Anche i Luminance Ratio, vero e proprio supergruppo sperimentale, si dedicano al drone: “dreamLES” è un brano sospeso nel nulla, tra qualcosa che non è e qualcos’altro che sta per essere (la chitarra accenna a una frase, a un gesto più articolato, ma viene trascinata via dal movimento di un suono esteso all’infinito). Da collezionare.
- The New Noise, by Fabrizio Garau

La serie di 7″ split dei Luminace Ratio, arrivata alla seconda uscita, imbarca un altro pezzo da novanta, l’australiano Oren Ambarchi, di cui sono certo sia inutile riportare il curriculum. Come già per il precedente lavoro con Steve Roden, ognuno occupa con un brano una facciata del vinile, questa volta rosso e racchiuso nella solita grafica minimale, decorata dalla riproduzione di un dipinto dello stesso Ambarchi.
Iniziano gli italiani con la loro commistione di melodia e rumore, un suono materico e stratificato dove trovano posto arpeggi di chitarra, drone non troppo invadenti e noise analogico. DreamLES è un brano che comunica un senso di pace ma a anche di sottile malinconia e potrebbe collocarsi non lontano dagli Hood più destrutturati. Il lato di Ambarchi, più dronante, è invece incentrato sulla voce, filtrata e non sempre riconoscibile, che intona una specie di om tecnologico, supportato solo da un lieve bordone chitarristico. La prima parte è decisamente meditativa e richiama alla mente certe registrazioni di musica tibetana, verso la fine invece i vocalizzi si fanno un po’ più scanditi e il senso di solennità che si era venuto a creare, piano piano va scemando. Non il caso di tirare in ballo Demetrio Stratos, ma piuttosto i flirt con le lingue indocinesi di Arrington De Dionyso. Curfew è un esperimento interessante, chissà se avrà un seguito…
- Sodapop, by Emiliano Zanotti

Oren Ambarchi personifies what we tend to dig over here at TMT, “Curfew” yet another reason to get acquainted with the Sydney-borne guitarist/percussionist, though there’s not much most would recognize as guitar or percussion (it’s there though). It’s a thick, milky drone, abetted by crotales, bells, and cello, all set to eternal-drift mode. I love Brian Wilson, but fuck ‘im; this is a middle-aged symphony to god. There’s not much Ambarchi can’t do, simply put. Luminance Ratio’s side whips itself into more of a Six Organs-style trance, with wisps of percussion sliding subtly in and out of the background as an ominous tone hovers like a shark of a storm cloud. When the wind whips up in Corpus Christi as it has these past few days you need immense records like this to pin your soul to the ground and blow back against the gales, and the luminous red pressing doesn’t do much to impede the joy within. Hand-numbered, hotcakes on the side (disclaimer: no cakes, hot or otherwise, come with this 7-inch). – Tiny Mix Tapes, by Gumshoe

“Seven Inch Series Vol.1″ w/Steve Roden – 7″

Non smetteremo mai di amare/lodare il vinile perché è decisamente un altro oggetto rispetto a qualsiasi formato di distribuzione. Il giudizio ultimo della recensione non può quindi non tenerne conto: il lettore è avvertito. Il 7″ in questione è il primo oggetto di una “seven ich series” di vinili colorati che Fratto9 under the sky ha messo in cantiere per accogliere brani del collettivo Luminance Ratio, alias Luca Mauri, Luca Sigurtà, Gianmaria Aprile e Andrea Ferraris, accanto a altre brevi opere di artisti stranieri, come in questo caso Steve Roden. In pratica un lato equamente suddiviso per ciascuno: da una parte un morbido tessuto glitch-psychedelico di matrice vetero-pinkfloydiana costruito su corpuscoli di pillole timbriche e microwaves a bordone, dall’altro una non dissimile costruzione per montaggi di suoni concreti, loop, battiti e voci interiori. Come in casi analoghi più un oggetto da godersi fisicamente piuttosto che un insieme di pezzi da stoccaggio su file. Poca buona musica è meglio di tanta ma brutta.  -Blow Up, by Michele Coralli

Questo split tra Steve Roden e i Luminance Ratio è il primo della Seven Inch Series, una collezione di sette pollici in vinile colorato (e a tiratura limitata) pensata dalla sempre più attiva fRaTto9 uNder tHE sky. Steve Roden non ha bisogno di presentazioni, chi frequenta i territori della sound art conoscerà sicuramente l’attività del performer losangelino. Luminance Ratio sono Gianmaria Aprile, Andrea Ferraris, Luca Mauri e Luca Sigurtà, personaggi noti nella nicchia delle musiche di ricerca in ambito nazionale. Dunque, il pezzo dei Luminance Ratio è molto suggestivo. I ragazzi si cimentano con un’elettroacustica che sfocia in territori psichedelici (a tratti isolazionisti), e che ricorda molto le cose di Oren Ambarchi: quattro minuti e mezzo di suggestioni emozionali. Il pezzo di Steve Roden è invece molto più monolitico, “un drone di archi, loop vocali e field recordings” che ha un qualcosa di mistico e rituale: cinque minuti di pura ipnosi regressiva, alla ricerca di retaggi ancestrali. - Ondarock.it, by Antonio Ciarletta

Mini in coproduzione tra la Fratto9 Under The Sky di Gianmaria Aprile e la Kinky Gabber di Luca Sigurtà (qui all’esordio in veste di discografico), per uno split che vede sul lato A i Luminance Ratio, dove i due suonano assieme al nostro Andrea Ferraris e a Luca Mauri, mentre sul lato B c’è l’americano Steve Roden, autore anche di un bell’acquarello che compone la copertina assieme al vinile azzurro. Gli italiani con Reoccuring Dreams suonano un lento brano sospeso ed intimista quasi in odore di oriente, dove chitarre ed elettronica costruiscono un tappeto accompagnato accenni di ritmo composto da soli piatti, una manciata di minuti dove ricreano quelle atmosfere magiche che dal vivo poi spesso sfociano in crescendo rumorosi: ma qui è una calma meditativa a dominare il tutto. Il californiano con Marveolus Is Flairs non è da meno, dato che canta con voce sottile su un mantra dato da suoni di chitarra in loop, effetti vari e uno scarno e lento ritmo dato da una cassa: il risultato è un quadretto di notevole fattura che da bene l’idea delle capacità del nostro. Primo di una serie di uscite, come indica la dicitura “the seven inch series vol.1″, questo 7″ a 33 giri masterizzato da Giuseppe Ielasi è un bell’oggetto da collezione (solo 200 copie) e musicalmente contiene due piccole perle. – Sodapop, by Emiliano Grigis

Avevamo già trattato dei nostrani Luminace Ratio per documentarne l’attività live (Musiche possibili, NoFest, Signal Festival e supporto ai Jackie O Motherfucker),  ora torniamo volentieri sull’argomento per segnalare l’uscita di un nuovo split 7″ insieme al performer statunitense Steve Roden. Il 7″ è il primo volume di una serie di uscite (The seven inch series) rilasciate dall’ etichetta nostrana Fratto 9 under the sky in collaborazione con kinky gabber, in edizione limitata a 200 copie, in vinile blu e con la copertina ad opera dello stesso Roden. Musicalmente i Luminance Ratio si muovono su territori rarefatti che includono soluzioni inqudrabili nel territorio della musica avanguardistica di ispirazione elettroacustica. Nel Brano “Reoccuring dreams” mantengono nel suono sia la presenza di strumenti convenzionali suonati in modo non convenzionale, che inserti di derivazione meno ortodossa come microfoni a contatto, loops ed effettistica varia, fino a toccare territori affini alla psichedelia.
Steve Roden, con “Marvelous Is Flairs”, focalizza maggiormente la sua proposta in territori che si distanziano maggiormente dalla musica suonata attraverso strumenti di concezione canonica, servendosi di mantra vocali, note dilatate e registrazioni ambientrali. Due proposte interessanti, una veste ed un formato non privi di fascino, rappresentano un primo traguardo importante per un 7″ prodotto con passione e sacrificio in un panorama, quello underground italiano, spesso francamente scoraggiante. -Penguins love to rock, by Nico Segantin

I Luminance Ratio tornano senza Eugenio Maggi, ma con Luca Sigurtà e Luca Mauri. Rimangono i due fondatori Andrea “ICS” Ferraris e Gianmaria Aprile. Questo sette pollici è l’inizio di una serie che li vede dividere “il palco” con musicisti di area ambient/elettroacustica. Il primo nome è importante: Steve Roden, un artista dall’approccio interdisciplinare, i cui lavori sono apparsi sui cataloghi di tante etichette di settore (Trente Oiseaux, Fario, Korm Plastics, Touch…). “Marvelous Is Flairs”, coi suoi nastri in loop, i colpi solenni di cassa e la sua cantilena, sembra uscita dal primo dei This Heat: si tratta di una vera piccola gemma che aiuterà non poco a calamitare l’attenzione di chi di dovere su questa iniziativa di Fratto9 e Kinky Gabber. I Luminance Ratio, per quanto riguarda il loro pezzo, hanno mantenuto il “consueto” approccio destrutturato e senza regole precise e una dimensione intima, poco aggressiva. Una traccia non basta per comprendere il nuovo corso, si può solo scrivere che qui c’è una presenza maggiore delle chitarre (nel disco precedente ce n’era una acustica), il cui suono scarno e dilatato partecipa in ogni caso alla costruzione di un pezzo ambientale, sempre malinconico e giusto con qualche stridio in più della media sommessa alla quale i signori ci avevano abituato. Non bisogna fidarsi della stampa, in questo caso, perché si tratta di una band difficilmente incasellabile. Di conseguenza, scrivere guitar ambient piuttosto che psichedelia tradisce in ogni caso la realtà, che è fatta di sperimentazione tramutata in qualcosa di straniante e crepuscolare. Prima puntata buona. Attendiamo i prossimi episodi. -The New Noise, by Fabrizio Garau

Il 7″ in questione è il primo oggetto di una “seven inch series” di vinili colorati che Fratto9 under the sky e Kinky gabber hanno messo in cantiere per accogliere brani del collettivo Luminance Ratio, alias Luca Mauri (chitarre ed effetti), Luca Sigurtà (nastri, microfoni a contatto e spazzatura elettronica) Gianmaria Aprile (chitarra, sitar, la cetra cinese guqin e Kaoss Pad) e Andrea Ferraris (laptop e basso), accanto ad altre brevi opere di artisti stranieri – come in questo caso Steve Roden – legati al linguaggio e alle modalità della musica elettroacustica e ambient. Come da formato quindi, ognuno dei due lati del vinile viene equamente assegnato uno al gruppo, l’altro all’ospite di turno. In questo caso sul lato A viene inciso Reoccuring Dreams, un morbido tessuto glitch-psychedelico di matrice vetero-pinkfloydiana costruito su corpuscoli di pillole timbriche e microwaves a bordone. Dall’altro lato, quello messo a punto da Roden, Marvelous Is Flairs, una non dissimile costruzione per montaggi di suoni concreti, loop, battiti e voci interiori. Come in molti casi analoghi il supporto diventa più un oggetto unico da godersi soprattutto fisicamente (guardandolo, maneggiandolo e usandolo, perché no, anche in maniera creativa), piuttosto che una raccolta di pezzi da stoccaggio su file. Concentrarsi sul dettaglio epigrammatico può dare impulso al rinnovamento dell’ascolto. Per chi ha gli hard disk pieni zeppi può diventare anche una terapia. – Altre Musiche, by Michele Coralli

“Like Little Garrisons Besieged” – CD

[fratto9 under the sky rec.-Boring Machines CD 2010]
Luminance Ratio, ovvero il rapporto tra la luminosità delle luci d’ambiente e quella dello schermo del computer: prendendola in senso letterale si potrebbe ipotizzare qualcosa legato alla dualità degli strumenti musicali analogici/digitali rispetto ai suoni della natura campionati, ma al di là di speculazioni (ci si potrebbe domandare anche cosa c’entrano le guarnigioni assediate…), l’esordio del trio italico è davvero notevole e si muove in territori a me tralaltro molto cari.
La truppa (un trio) rintanata nelle roccaforti è armata di tutto punto: Andrea Ferraris (colonna infame skinhead di questo sito, un passato hardcore e postrock ma un presente molto elettroacustico/ambientale/rumoroso in diversi progetti), Eugenio Maggi (omonimo di un partigiano di Sestri Ponente, con una giovinezza hardcore ma sopratutto noto come Cria Cuervos, un nome che nel giro elettronico/sperimentale ha ottimi riscontri) e Gianmaria Aprile (novello papà, boss dell’etichetta Fratto9, suona in Ultraviolet Makes Me Sick, fa il fonico assieme ad altre mille cose sempre legate alla buona musica). A questo punto si è già intravista la materia del disco, ma scendendo più nello specifico Like Little Garrisons Besieged si svolge lungo cinque brani di elettronica/elettrica/acustica tra field recordings, drones e una buona dose di chitarre, il tutto rielaborato per un suono decisamente estatico e narcolettico, ma comunque molto “pensato” e tornito con estrema attenzione: è senza dubbio un disco da viaggio mentale, però non partorito da fricchettoni in estasi (quindi niente sbavature e approssimazioni), ma bensì da musicisti con un approccio molto più ragionato; con ascolti successivi si nota come tutto sia proprio al posto giusto con grande cura del dettaglio sonoro, senza che questo però “raffreddi” le sensazioni e gli stimoli che il disco emana in quantità. Nota a parte per il sesto e ultimo brano, “rimescolamento” ad opera di Paul Bradley del disco intero, come un enorme bignami che in realtà non stona affatto, fornendo un’altra chiave di lettura della materia sonora e mostrando da una prospettiva leggermente diversa che le cose buone nel disco ci sono eccome.
Emiliano Grigis – Sodapop.it

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Droni profondi à la Mono-Poly, effetti concreti, field recordings, laptop e vibrafoni, microfoni a contatto e glockenspiel. Sono solo alcuni degli elementi del suono complessivo dei Luminance Ratio, sorta di supergruppo che riunisce alcuni tra i protagonisti della scena drone ed elettroacustica italiana: Andrea “Ics” Ferraris (Airchamber 3, Ur), Eugenio Maggi (Cría Cuervos, anche al fianco della bête noire Maurizio Bianchi; Slave Auction), Gianmaria Aprile (Ultraviolet Makes Me Sick, Fratto9 Records) , a cui si è unito Paul Bradley (Twenty Hertz, Monos) per un remix complessivo dell’opera. Dove i minimalismi della “luminance” della chitarra di Ferraris emergono tra gli effetti descrittivi e la quiete nera dell’ambiente sonoro di “Like Little Garrisons Besieged”, l’album brilla di una sinistra luce postrock.
Per fan di: Ur, Corpo Parassita, Starfuckers
Andrea Prevignano -Rumore (8) http://andreaprevignano.blog.deejay.it/
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La collaborazione tra Boring Machines e fRaTto9uNdeR tHE sky mi ha emozionato ancor prima dell’ascolto di questo lavoro. Una sorta di lieve ebbrezza preventiva mi ha predisposto ad un ascolto che, sapevo, difficilmente mi avrebbe deluso. Non solo perché considero le due etichette tra le più coraggiose e significative indie-label italiane (qualcosa di cui andare fieri), ma anche perché il concetto di “indipendente” lo identifico proprio nel loro modo “fuori gli schemi” di lavorare… Ma non voglio addentrarmi troppo in discorsi che meriterebbero uno spazio a sé…
Quindi… l’ascolto!
L’unione di artisti come Eugenio Maggi, Gianmaria Aprile (padre della significativa label Fratto9under the sky records) e Andrea Ferraris porta a un’opera di ambient raffinato in cui tra drones ed elettronica “spaziale” si fa spazio un vago micro-free-folk elettroacustico, come a ricamare sulle suggestive atmosfere iper-minimaliste, avvolgenti e fluttuanti, che caratterizzano il disco. I LUMINANCE RATIO si collocano nei meandri della nuova psichedelia e, sfruttando il “field recording” e la profonda intensità del suono analogico, danno vita a un concretismo musicale rarefatto e crepuscolare.
Le mutevoli oscillazioni che si sviluppano nelle 6 tracce del disco creano ipnotici soundscapes di vibrante e trascendentale emotività. Se amate il minimalismo statico dell’australiano Oren Ambarchi oppure le esecuzioni più raccolte dei padri del “drone” Sunn O))), probabilmente adorerete i Luminance Ratio e la loro inafferrabile e sublime avanguardia!

www.novamuzique.net – Antz

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LUMINANCE RATIO – LIKE LITTLE GARRISONS BESIEGED (CD by Boring Machines)
There are three musicians behind Luminance Ratio, two of them you may know. Eugenio Maggi is better known as Cria Cuervos and his collaboration with Paul Bradley and Maurizio Bianchi, Andrea Ferraris of Sil Muir, Airchamber 3, Ur, Ulna and John Russel, who team with Gianmaria Aprile of Ultraviolet Makes Me Sick and the Fratto9 Under The Sky label. They are armed with array of sound devices, such as guitars, cymbals, field recordings, brushes, contact microphones, drones, turntables and objects. Yet this album isn’t a pure work of drone music, per se. Its rather a delicate combination of drone music, field recordings, microsound but with a healthy doses of improvisation too. It seems to me, but I admit I might be wrong that these are extensive improvisations, recorded to multiple tracks which were mixed later on. Its Aprile who gets the credit for mixing here and he did a great job. He leaves the improvised music in tact, but brings structure to the table, giving the drones a place to
breathe. Great textured music, a delicate mixture of guitar music with an open strumming, fingerpicking and slide playing, with gorgeous drones and field recordings. It makes the whole thing quite loose and open, like fresh breeze coming in. Excellent release, that ends with Paul Bradley doing a fine remix using all the separate elements. (FdW)

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Luminance Ratio: Like Little Garrisons Besieged (CD 2009 – Boring Machines/Fratto9 Under the Sky)
[ ics_ferraris@libero.it ]  [ http://www.myspace.com/luminanceratio ]

Volendo descrivere con poche ed essenziali parole il presente CD, lo definirei “semplicemente” un suggestivo e ispirato album di musica ambient abbastanza “tradizionale”… A scanso di equivoci, ci tengo subito a precisare che l’uso del termine “tradizionale” non è un espediente lessicale “diplomatico” e “strategico” per sottintendere altri aggettivi, quali ad esempio “anonimo”, o “noioso”, che invece vedrei più opportunamente attribuiti a tanta altra musica ugualmente definita “ambient” che circola da anni sul nostro mercato discografico. Se questa mia definizione potrà apparirvi un po’ “riduttiva” e quasi banale, ugualmente scontato potrà sembrare il fatto che, volendo trovare un termine di paragone per “inquadrare” meglio lo “stile”  e il “mood” della musica contenuta nel CD, pur con i dovuti distinguo, il riferimento che subito mi viene in mente è il nome di Brian Eno e di alcuni suoi vecchi album del periodo di “On Land”,  o “Music for Films”. So che questo paragone potrà apparire quanto meno “azzardato”, sia a chi (come me) continua a considerare Eno e la sue produzioni di quel periodo storico qualcosa di assolutamente straordinario e irripetibile, sia a chi invece, avendo sposato la “causa” della sperimentazione sonora estrema ad ogni costo, potrebbe considerare addirittura “degradante” aver utilizzato un paragone di questo genere per parlare della musica di Luminance Ratio… Resta il fatto che ascoltando più volte le sei tracce di questo disco, le crepuscolari tessiture sonore, i fragili e delicati inserti melodici spesso a base di chitarra, a volte dalla calda e luminosa timbrica acustica, a volte invece più “fluida”, “ammorbidita” e dilatata attraverso l’utilizzo di effetti, perdendomi tra suoni sobriamente elettronici, evocative field recordings, rumori concreti, gorgoglìi d’acqua, rumori di passi nell’erba, drones profondi, tintinnìi, “respirando” atmosfere ora più cupe, ora più luminose, ma sempre dal marcato sapore introspettivo, più volte mi è venuto da pensare che se oggi Brian Eno trovasse la sua migliore ispirazione per tornare a lavorare ad nuovo album che, idealmente e stilisticamente, si ricolleghi alle sue esperienze sonore del periodo sopra citato, ciò che verrebbe fuori potrebbe probabilmente somigliare molto a quanto è possibile ascoltare in questo “Like Little Garrisons Besieged” di Luminance Ratio.
(Giuseppe Verticchio)
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http://www.storiadellamusica.it/Luminance_Ratio_-_Like_Little_Garrison_Besieged__%28Boring_Machines-Fratto_9_Under_The_Sky,_2009%29.p0-r2752

Luminance Ratio è la nuova ragione sociale di un trio di attivi movimentatori della scena elettroacustica italiana: Andrea Ics Ferraris, Eugenio Maggi e Gianmaria Aprile. Dall’incrocio delle diverse esperienze e sensibilità è nato un disco molto emozionante.
Come suggerisce il titolo sembra di trovarsi nel Deserto dei Tartari, in attesa di qualche evento, drones fanno da tappeto alle apparizioni delle chitarre e dei  suoni estratti da una gran quantità di strumenti, registrazioni di suoni concreti e ammennicoli vari. Ci sono attimi in cui anche i drones spariscono lasciando il campo a dei silenzi che aumentato la bellezza della musica che poi ritorna.
Si parte con gocce d’acqua su texture di sonorità sgranate ed oggetti che si muovono alle spalle, su queste si inserisce un loop chitarra arpeggiata estremamente evocativa, sotto i drones e gli oggetti continuano ad avanzare, si cade nel vuoto di un silenzio per qualche secondo e la magia riprende, ora la chitarra si moltiplica e si sovrappone lasciando sempre riemergere l’arpeggio principale accompagnato dallo scorrere dell’acqua che diventa più intenso. Non si fa in tempo chiedersi che succede e si è già dentro il disco, questa è la title track. Che continua tornando al silenzio e poi di nuovo al paesaggio lontano di strumenti acustici e suoni concreti.
Sullespalledellepietre è ambient cristallina: drones trascinati, field recordings, ondate di suoni elettronici. Distesa e pacificata.
Sunday Is Grey una domenica di nebbia. Percussioni, rintocchi ed echi lontani si intravedono oltre la cortina dei drones, che come la nebbia rende le forme difficilmente distinguibili, e poco a poco si dirada lasciando sentire meglio i piccoli rintocchi.
Solid State Tuners e Armada sono ancora dilatazioni ambient a fare da lunga coda al disco.
Paesaggi bui dove ad illuminare tutto ci pensano luci lontane.
Il disco è riassemblato e mixato in una lunga traccia finale da Paul Bradley creatore di paesaggi sonori. L’effetto è di sentire una diversa visione della struttura del disco e della distribuzione del suono.

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Luminance Ratio è la nuova ragione sociale di un trio di attivi movimentatori della scena elettroacustica italiana: Andrea Ics Ferraris, Eugenio Maggi e Gianmaria Aprile. Dall’incrocio delle diverse esperienze e sensibilità è nato un disco molto emozionante.
Come suggerisce il titolo sembra di trovarsi nel Deserto dei Tartari, in attesa di qualche evento, drones fanno da tappeto alle apparizioni delle chitarre e dei  suoni estratti da una gran quantità di strumenti, registrazioni di suoni concreti e ammennicoli vari. Ci sono attimi in cui anche i drones spariscono lasciando il campo a dei silenzi che aumentato la bellezza della musica che poi ritorna.
Si parte con gocce d’acqua su texture di sonorità sgranate ed oggetti che si muovono alle spalle, su queste si inserisce un loop chitarra arpeggiata estremamente evocativa, sotto i drones e gli oggetti continuano ad avanzare, si cade nel vuoto di un silenzio per qualche secondo e la magia riprende, ora la chitarra si moltiplica e si sovrappone lasciando sempre riemergere l’arpeggio principale accompagnato dallo scorrere dell’acqua che diventa più intenso. Non si fa in tempo chiedersi che succede e si è già dentro il disco, questa è la title track. Che continua tornando al silenzio e poi di nuovo al paesaggio lontano di strumenti acustici e suoni concreti.
Sullespalledellepietre è ambient cristallina: drones trascinati, field recordings, ondate di suoni elettronici. Distesa e pacificata.
Sunday Is Grey  una domenica di nebbia. Percussioni, rintocchi ed echi lontani si intravedono oltre la cortina dei drones, che come la nebbia rende le forme difficilmente distinguibili, e poco a poco si dirada lasciando sentire meglio i piccoli rintocchi.
Solid State Tuners e Armada sono ancora dilatazioni ambient a fare da lunga coda al disco.
Paesaggi bui dove ad illuminare tutto ci pensano luci lontane.
Il disco è riassemblato e mixato in una lunga traccia finale da Paul Bradley creatore di paesaggi sonori. L’effetto è di sentire una diversa visione della struttura del disco e della distribuzione del suono.
di Riccardo Bertan – Storia della musica

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Luminance Ratio: Like Little Garrisons Besieged (CD 2009 – Boring Machines/Fratto9 Under the Sky)
[ ics_ferraris@libero.it ]  [ http://www.myspace.com/luminanceratio ]

Volendo descrivere con poche ed essenziali parole il presente CD, lo definirei “semplicemente” un suggestivo e ispirato album di musica ambient abbastanza “tradizionale”… A scanso di equivoci, ci tengo subito a precisare che l’uso del termine “tradizionale” non è un espediente lessicale “diplomatico” e “strategico” per sottintendere altri aggettivi, quali ad esempio “anonimo”, o “noioso”, che invece vedrei più opportunamente attribuiti a tanta altra musica ugualmente definita “ambient” che circola da anni sul nostro mercato discografico. Se questa mia definizione potrà apparirvi un po’ “riduttiva” e quasi banale, ugualmente scontato potrà sembrare il fatto che, volendo trovare un termine di paragone per “inquadrare” meglio lo “stile”  e il “mood” della musica contenuta nel CD, pur con i dovuti distinguo, il riferimento che subito mi viene in mente è il nome di Brian Eno e di alcuni suoi vecchi album del periodo di “On Land”,  o “Music for Films”. So che questo paragone potrà apparire quanto meno “azzardato”, sia a chi (come me) continua a considerare Eno e la sue produzioni di quel periodo storico qualcosa di assolutamente straordinario e irripetibile, sia a chi invece, avendo sposato la “causa” della sperimentazione sonora estrema ad ogni costo, potrebbe considerare addirittura “degradante” aver utilizzato un paragone di questo genere per parlare della musica di Luminance Ratio… Resta il fatto che ascoltando più volte le sei tracce di questo disco, le crepuscolari tessiture sonore, i fragili e delicati inserti melodici spesso a base di chitarra, a volte dalla calda e luminosa timbrica acustica, a volte invece più “fluida”, “ammorbidita” e dilatata attraverso l’utilizzo di effetti, perdendomi tra suoni sobriamente elettronici, evocative field recordings, rumori concreti, gorgoglìi d’acqua, rumori di passi nell’erba, drones profondi, tintinnìi, “respirando” atmosfere ora più cupe, ora più luminose, ma sempre dal marcato sapore introspettivo, più volte mi è venuto da pensare che se oggi Brian Eno trovasse la sua migliore ispirazione per tornare a lavorare ad nuovo album che, idealmente e stilisticamente, si ricolleghi alle sue esperienze sonore del periodo sopra citato, ciò che verrebbe fuori potrebbe probabilmente somigliare molto a quanto è possibile ascoltare in questo “Like Little Garrisons Besieged” di Luminance Ratio.
(Giuseppe Verticchio) – oltreilsuono.it
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Luminance Ratio e’ un trio formato da Gianmaria Aprile (UVMMS, Fratto9), Andrea Ferraris (Airchamber3, Ur, Ulna, SilMuir) ed Eugenio Maggi (Cria Cuervos, Slave Auction) e il loro proposito è quella di “rivedere” la natura dell’utilizzo dei drone nell’elettronica sperimentale di oggi e nel frattempo allontanarsi dai propri interessi personali in una sorta di “condivisione di idee globale”. ‘Like Little Garrisons Besieged’ è un debutto che si muove quindi tra elettroacustica, folk e improvvisazione e durante le recording sessions sono stati usati laptop, chitarre acustiche ed elettriche, microfoni a contatto, vibrafono, glockenspiel, piatti, percussioni, synth e minidisc, kaoss pad ed effetti, in una costante ricerca di equilibrio e trasformazione delle fonti sonore. Tra le influenze principali vengono citati Oren Ambarchi, Lawrence English, Darren Tate e Aidan Baker ma è talmente spiccato il viaggio mentale a cui verrete sottoposti che non riuscirete a distogliere il pensiero a nessun altro profilo musicale. Il vero capolavoro del disco è la nebbiosa ‘Sunday Is Grey’ ma spettacolare anche il remix finale di Paul Bradley (Twenty Hertz, Monos) che riassembla l’intero album esibendo in un colpo solo tutti i poteri e il fascino dell’elettronica moderna.

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Far collassare la chitarra acustica in liquidità ambient, field recordings, profondità sommesse e avvolgenti. Un tutt’uno ragionato e lontanissimo, in cui si mescolano suoni caldi e ribollire sintetico, strumenti analogici e freddi patterns da laptop. La creatura di Andrea Ferraris (UR, Ulna, Airchamber3, Sil Muir), Gianmaria Aprile (Ultraviolet Makes Me Sick) ed Eugenio Maggi (Cria Cuervos) lavora con lentezza, si lascia trasportare da un’indolenza aliena, svolge un tema sull’improvvisazione che vorrebbe arrivare al bilanciamento perfetto tra le parti. In una cascata di sei corde, elettronica, microfoni a contatto, vibrafono, glockenspiel, piatti, percussioni, synth, inquieta ma non inquietante, espansa ma non dispersiva. 
Sei tracce – una è un remix del disco ad opera di Paul Bradley – per cinquantacinque minuti di musica in bilico tra domeniche piovose (“Sunday Is Grey”) e fissità ancestrali (“Sullespalledellepietre”), disturbi su reiterazioni ad libitum (la title track) e droni (“Solid State Tuners”), risultato di una sensibilità estremamente variabile applicata a minimal e dintorni. Tanto che i giudizi di merito sul disco non convergeranno facilmente, tra chi ci leggerà un’ autoreferenzialità spinta e chi invece – e noi siamo tra questi – riiconoscerà negli spaccati in scaletta ambienti sonori affascinanti.

Fabrizio Zampighi-Fuori dal mucchio (mucchio selvaggio)
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Dietro al nome Luminance Ratio c’è un pezzetto di scena sperimentale italiana: Eugenio Maggi (Cría Cuervos, Slave Auction), Gianmaria Aprile (Ultraviolet Makes Me Sick, Fratto9 Under The Sky Records) e Andrea Ferraris (Airchamber 3, Ur, Ulna, Deep End…).

Field recordings, drone, interventi con la chitarra acustica: tutto sembra pensato per dare una dimensione intima e non aggressiva al progetto, tanto che molti dei suoni “trovati” sono quelli che chiunque può sentire entrare dalla finestra di casa propria, quasi vi fosse l’intenzione di ricostruire una specie di quotidianità (ad esempio in “Sullespalledellepietre”). Questo mondo per certi versi “familiare” non è mai noioso, perché – sempre stando attenti a non calcare la mano – i tre vi gettano delle ombre non rassicuranti, fatte di suoni maggiormente trattati e irreali, basse frequenze ancora più profonde, tintinnii sinistri (ad esempio “Solid State Turners” e “Armada”). 
Di uscite ambient basate su field recordings e su suoni raccolti con minidisc e ri-processati ne abbiamo a bizzeffe, con tutta la difficoltà a orientarsi del caso, ma i Luminance Ratio sono capaci di dare una loro impronta all’insieme, perché lo integrano con elementi sonori più familiari e umani e perché gli danno un tocco di malinconia. Se si guarda in Italia, si nota come da un discorso di questo tipo non siano lontani i vari Fabio Orsi, Punck, Hue, Mark Hamn. Se si guarda all’estero, non è un caso che l’ultima traccia di Like Little Garrisons Besieged sia un remix di Paul Bradley. Al di sopra della (popolatissima) media: aggiungere mezzo voto.
A cura di: Fabrizio Garau [fabrizio.garau@audiodrome.it]
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Two italian indies invite You to some new hypnosis audio sessions, producing Luminance Ratio’s debut release: a spectral climax divided in six motionless tracks, loaded with field recordings, vibrations, cymbals, long minimal drones, (maybe) prepared guitars, – a wordless slow sound fog swallowing You and Your house.
Clearly, setting down with this record with headphones means getting lost in its eerie atmosphere (Solid State Turners), sometimes cinematic (the footsteps in Sullespalledellepietre), often leading to a sort of higher consciousness.
There’s no a rule, You can concentrate on these sonorities, as well let them go by themselves, – both methods will result in a surrounding wall of loneliness and perceived emotive density, a perfect soundtrack as the anticipation of the inescapable silence.
Last track, signed by Paul Bradley, is his own record’s whole remix.
Not a milestone record, yet, a perfect experimental medicine.

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Due indie nostrane Vi invitano ad nuove sessioni di audio-ipnosi, producendo il disco di debutto dei Luminance Ratio: un climax spettrale diviso in sei tracce  immote, caricate con registrazioni di campo, vibrazioni, cimbali, lunghi drone minimali, (forse) chitarre preparate, – una lenta nebbia senza voce che non di meno Vi inghiotte Voi e la Vostra casa.
Chiaramente, mettersi ad ascoltare questo disco con le cuffie significa finire per perdersi nelle atmosfere inquietanti di cui si (de)compone (Solid State Turners), a volte cinematiche (i passi in Sullespalledellepietre), spesso guide per il raggiungimento di una coscienza superiore.
Non c’è una regola, potete concentrarVi sulle suddette sonorità, o lasciarle andare per proprio conto, – entrambi i metodi risulteranno in un muro di cinta fatto di solitudine e percepita densità emotiva, – una perfetta colonna sonora come anticipazione dell’ineluttabile silenzio.
L’ultima traccia, a firma Paul Bradley, è praticamente il di Lui remix dell’album intero.
Non un disco pietra miliare, ma non per niente, una perfetta medicina sperimentale.

Komakino – Paolo Miceli

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Cose tipo Sunday Is Grey capitano a fagiolo, sono ideali per contrappuntare stati d’animo tendenti al melanconico quando il cielo è una monotona lastra grigia. Sfruttando droni pesanti, echi lontani, percussioni gravi e rintocchi chiesastici, il pezzo si sfalda in un landscape sonoro vago e deforme, proprio come le lunghe domeniche nebbiose scontornano l’esistente in visioni evanescenti.
Il resto di Like Little Garrison Besieged non è da meno. Minimal drone-music che utilizza squarci di free-folk astruso ed elettroacustica acquosa (è il caso dell’iniziale title track) per tratteggiare composizioni che sono al guado tra ambient estatica e elettroacustica disturbante. Esemplare in questo senso è Solid State Tuners. Dopotutto Luminance Ratio è sì una sigla nuova che nasconde tre volti noti della scena sperimentale italiana: Eugenio Maggi aka Cría Cuervos, Andrea ics Ferraris (da Deep End a Ulna e Ur) e Gianmaria Aprile, titolare di Fratto9, label che marchia il disco insieme a Boring Machines.
Sensibilità diverse, quelle dei tre, come diversi sono i background di provenienza, eppure c’è convergenza in quest’ora di densa drone-music (ir)rituale ed evocativa, pur in obbiettivi non del tutto messi a fuoco.
stefano Pifferi – SentireAscoltare (6.9/10)
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Come una piccola guarnigione assediata. Questo è in fin dei conti il commento autogestito più azzeccato per una formazione instabile, in equilibrio precario su un filo di suoni che, nella loro combinazione, finiscono per negare un concetto di precisa collocazione nello spazio e nel tempo. Una minuscola legione che si ritrova come confinata e bloccata in uno scantinato che è ovunque, mentre fuori la catastrofe nucleare ha posto fine all’esistenza del Pianeta Terra. L’obiettivo diventa allora la catalogazione di ciò che era vita, acqua, sabbia, rumore di passi e musica concentrata in barattoli di vetro ermeticamente chiusi per resistere ad ogni evenienza. E’ un disco da era post-atomica, quello che Luminance Ratio cristallizza sul pezzo di plastica. I confini di genere sono superati dalla necessità della conservazione, dalla forza dell’idea che vuole l’esistente ridotto in quella cenere che è sempre polvere grigia raccolta e capace di assumere sfumature differenti a seconda dei punti di ingresso della luce. Tutto è importante perché ciò che conta è il tutto. La ripetizione, l’incedere delle coperte di suono che lasciano le dita libere di toccare le forme a scopo di sintesi e raccolta. La razionalità della misurazione fotometrica dell’intensità luminosa per unità di area della luce che viaggia in una direzione data e la sua traduzione nella lingua del ritardo del suono, della discontinuità della distorsione che trivella pavimenti metallici e scuote secchi ricolmi d’aria potabile. Conservazione della specie musicale, magazzino di campioni necessari alla sopravvivenza e generi di prima necessità, dispensa di atmosfere liofilizzate e frullato di resti elettronici in decomposizione. E come dessert, gran finale con musica per cosmonauti nel Bignami-remix di Mister Paul Bradley.
Da ascoltare. Almeno una volta. Mentre fuori tutto esplode.

La Scena – Ruggero Trust

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Nasce dalla collaborazione tra Eugenio Maggi (Cría Cuervos, Slave Auction), Gianmaria Aprile (Ultraviolet Makes Me sick) e Andrea Ferraris (Airchamber 3, Ur, Ulna, John Russel, Sil Muir) il progetto Luminance Ratio, che con “Like Little Garrisons Besieged” dà vita alla prima pagina di un libro ancora da scrivere. Vista la qualità del cd e la personalità dei tre musicisti coinvolti, c’è da credere che si tratti di rose che fioriranno. Per ora, bastano questi pochi petali a soddisfare chi ama derive e approdi della musica elettroacustica, la commistione tra chitarra e laptop, l’incontro fra folk, drone e field recording. Anche gli strumenti tradiscono una propensione al mescolamento delle carte con una continua dialettica digitale/analogico. L’effetto è, oltre che qualitativamente sopraffino, foriero di autentiche emozioni, dall’arpeggio ancestrale del brano eponimo in poi. C’è, come ultima traccia, la benedizione di Paul Bradley (Twenty Hertz, Monos), che si diletta in un remix che fonde tutte le idee del disco in un’unica traccia.
Guido Siliotto – http://supermizzi.blogspot.com

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Andrea “ICS” Ferraris (Ur, Ulna, AirChamber 3, Deep End), Gianmaria Aprile (Ultraviolet Makes Me Sick) ed Eugenio Maggi (Cria Cuervos) sono i tre componenti di Luminance Ratio. Qui al loro debutto con un bel disco pregno di umori e sentimenti oscuri ed astratti. Sei lunghe tracce ambientate sulla dorsale di lande desolate ma ricche di fascino. I tre mettono in atto un meticoloso lavoro di musica colta ed elettroacustica. Scintillanti ed acquatici arpeggi corrosivi, magma primordiale in cui si muovono ancestrali forme di vita. Infiniti drone, ambient glitch ricca di minimali risonanze evocative. I lunghissimi 20 minuti del segmento di chiusura vedono la partecipazione dello sperimentatore inglese Paul Bradley, che rielabora il materiale suonato dai nostri con un risultato che ricorda le romantiche foreste oceaniche di Christian Fennesz. Affini per sensibilità a Claudio Rocchetti e Oren Ambarchi. Un esordio che risplende certamente di luce propria.
Rockit-Marcello Consonni 04/03/2010
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Luminance Ratio is a collaborative effort of five Italian sound artists (Andrea ics Ferraris: guitars, cymbals, electronics, field recordings, brushes, contact mics, pedals, Eugenio Maggi: drones, electronics, turntables, field recordings, Gianmaria Aprile: objects, editing, mix and mastering, Luca Mauri: guitar and pedals, Luca Sigurtà: tapes, drones, analog devices) making peaceful, quiet and experimental music. Mauri and Sigurtà are apparently not featured on this CD, though. This is their debut album and its atmospheres vary in between minimal ambient, light drone and free folk not forgetting the experimental and psychedelic dimensions. This about 55-minute-long disc has six tracks that vary from under six to over 20 minutes in length. The last and longest track is a Paul Bradley remix where he has used bits of all the other tracks. At times the guitars (both electric and acoustic) are more audible, at times the electronics or field recordings are in the foreground. The whole album is very tranquil, pleasant and relaxing stuff and it works extremely well for chilling out or meditation. So why don’t you just lay down, close your eyes and let your imagination create the suitable visuals for this wonderful, floating music.

www.myspace.com/luminanceratio
11.05.10 by Dj Astro
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Un lavoro organizzato attorno a un’elettronica pacata e circolare, una musica d’ambiente o sound art che, come nella migliore tradizione del genere, tende potenzialmente a dare rivestimento sonoro a un luogo, di qualunque natura esso sia. Musica come questa nasce con la vocazione di riempire uno spazio fisico, sostituendosi in qualche modo all’aria che respiriamo. Ambiente, quindi, nella più nobile delle accezioni, secondo quanto Erik Satie aveva in qualche modo teorizzato. E se nel caso del francese la costruzione si ergeva attorno a semplici concezioni pianistiche, l’incontro tra il chitarrista Andrea Ferraris, il turntablista Eugenio Moggi e il rumorista/tecnico del suono Gianmaria Aprile trova un felice punto di contatto nella realizzazione di lunghi e ipnotici drones elettronici che si dipanano sopra dei paesaggi screziati da prospettive rumoristiche e field recordings suggestivi, come una sorta di lunga variazione sul tema. Like Little Garrisons Besieged, tanto per fare un esempio, si dipana attorno a un lentissimo arpeggio di chitarra acustica che si confronta con il suono di quello che sembra quello di un vecchio synth analogico (che poi muta in fisarmonica), poi circondato da suoni liquidi e gocciolanti. Tre parti quindi che creano una prospettiva spaziale molto semplice, ma anche molto efficace. Si direbbe artigianato, ma unicamente per dare senso al lavoro di cesello sopra il dettaglio sonoro, piuttosto che sulla banalizzazione industriale data da tappezzerie appiattite da armonie ripetitive.

© altremusiche.it / Michele Coralli

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Andrea Ferraris, Eugenio Maggi, Gianmaria Aprile (chitarre, electronics, field recordings, drones, pedali, microfoni a contatto, oggetti vari, gli strumenti usati) sono gli artefici di Like Little Garrisons Besieged (Boring Machine-Fratto 9 Under The Sky), disco pubblicato a nome LUMINANCE RATIO. Tra elettroacustica, ambient, drone music, glitch, il suono dei tre si dispiega in sei lunghi brani dal mesmerico fluttuare cinematico, dove le ondate sonore si stendono sopra il brulicare minuzioso e parcellizzato dei field recordings, dei rumori digitali e di tutti gli altri suoni che vanno a comporre queste composizioni. E’ musica ammagliante e dai contorni indistinti questa, musica che evoca paesaggi desolati e pomeriggi solitari in scenari industriali avvolti dalla nebbia. Lasciarsi cullare da essa è come abbandonarsi all’elegiaco fluire di un dormiveglia sognante e misterioso. Nei venti minuti conclusivi, lo sperimentatore inglese Paul Bradley collabora rivedendo le composizioni della band e accrescendo ancora di più il senso di spaesamento sensoriale che questa musica provoca. Davvero affascinante. (***1/2)

Lino Brunetti – Buscadero
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Tre musicisti tra improvvisazioni, montaggi, ombre e silenzi

Patron della valida etichetta Fratto 9 Under The Sky, una delle più interessanti realtà della musica di frontiera in Italia, Gianmaria Aprile è coinvolto anche in questo intrigante progetto dal nome Luminance Ratio. Si tratta di un anomalo trio, con Andrea ics Ferraris e Eugenio Maggi, anzi un vero e proprio supergruppo: il primo fa parte degli Ultraviolet Makes Me Sick, il secondo di UR, Ulna, Airchamber3 e Sil Muir, il terzo dei Cria Cuervos.

L’improvvisazione, la free-form e la molteplicità delle fonti sonore sono il segreto di questo lavoro: concepito e realizzato in lunghe sedute di studio, rimontato in post produzione, “Like little garrisons besieged” riporta in auge i vasti ambienti sonori dell’elettronica tedesca come rimodellati dai Labradford. L’impianto minimalista accomuna i sei pezzi e si evince in modo particolare dal respiro ciclico di “Sullespalledellepietre”, probabilmente il pezzo più suggestivo dell’opera.

Opera che si muove tra flussi e pause, elettroacustica, rumori e sterminate landscapes. Un’esperienza meditativa consigliata a chi in musica cerca assenze, smarrimenti, punti interrogativi.

Donato Zoppo (movimentiprog.net)
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Like Little Garrisons Besieged è il debutto del trio Luminance Ratio, un progetto collaborativo tra Andrea Ics Ferraris [UR, Airchamber, No+ICS] / Eugenio Maggi [Cría Cuervos] / Gianmaria Aprile [Ultraviolet Makes Me Sick]. Pubblicato per mezzo di Boring Machines e Fratto 9 Under The Sky [etichetta dello stesso Gianmaria], il disco si divide in 6 tracce di ambientalismi elettroacustici rafforzati dall’uso di drones e field recordings.

Caratterizzato da sonorità calde e luminose, Like Little Garrisons Besieged sa rendersi un lavoro squisitamente apprezzabile grazie alla sua dimensione compositiva, dove l’uso dell’elettronica va a creare atmosfere dall’identità eterea, quasi fluttuante. Protagoniste del disco sono le melodie, semplici ma molto efficaci nel catturare l’attenzione dell’ascoltatore anche per mezzo di quegli inserti acustici che donano non poca dinamicità ai vari pezzi. Così la titletrack e la seguente “Sullespalledellepietre” si rivelano quasi essere la rappresentazione della quiete suggerita dall’osservare un paesaggio o un ambiente familiare, con tutta la serenità e nostalgia che se ne può scaturire. Troviamo poi brani come “Sunday Is Grey” dove viene messo in mostra anche il lato più caliginoso dei Luminance Ratio, che sanno aprirsi a soluzioni sonore piuttosto inquietanti pur senza perdere quel senso di calma ed intimità che pervade l’intero lavoro. L’album scivola via che è un piacere, senza risultare mai prolisso o scontato: il gruppo è stato capace di generare un agglomerato di suoni eterogenei tra loro, uniti alla perfezione tramite l’ineccepibile songwriting del disco, tanto accurato nei dettagli quanto pulito nell’escuzione. Un progetto da non perdere.

http://deleremundi.blogspot.com

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